Amarcord

Amarcord Musica Cittadina Pontremoli
Non sono abituato alle grandi platee e, tantomeno, a parole particolarmente elaborate, è per questo che la sostanza dei miei discorsi è semplice, perché esce dal cuore. Visto che oggi, tutti si cimentano nel nostro dialetto che pare sia tornato di moda, vi voglio raccontare alla mia maniera, qualche aspetto curioso di certi musicanti della Banda, che non ci sono più, perché sono morti, e di alcuni, che non suonano più in nessun modo, ma che per fortuna sono ancora tra noi.

Quando eravamo ragazzi, era una gioia entrare in banda, perché avevamo l’opportunità di uscire alla sera due volte alla settimana: a quei tempi là, non c’erano altre occasioni, a parte il mese di maggio, che però, appena finita la benedizione, bisognava tornare a casa di corsa.
Ancora prima che cominciasse la prova, quando io ero ancora un ragazzo, e non mi avevano ancora battezzato marmittone, i locali della banda erano vicini al ponte di ferro, oggi non è più di ferro, ma di cemento e sassi, chiamato del Giubileo.

Quando eravamo fortunati d’arrivare un po’ prima dell’inizio delle prove, noi ragazzi ci fermavamo dieci minuti alla Lega dei Contadini a guardare quei poveri vecchi che erano lì chissà da quanto tempo a finire la briscola o la scopa. Quello era un posto tranquillo, proprio alla buona, dove alcuni dei nostri padri si fermavano volentieri a fare rifornimento. Qualcuno tra un bicchiere di vino e ogni tanto qualche bestemmia, non cattiva, in un momento di rabbia, quando avevano bevuto abbastanza o quando non venivano di briscole, andavano direttamente alla prova senza andare a cena, altri, bene o male, attaccati ai muri, che a quei tempi erano soventemente sgrostati, tornavano a casa, e così saltavano la prova. Era facile soprattutto, nella zona del Casotto, sentire il continuo delle litanie delle mogli di quei mariti che arrivavano a casa ubriachi.

Oggi, i nostri ragazzi, si fermano al Picadilly o all’Happy Flower, a quei tempi a Pontremoli, non esistevano ancora punti di ritrovo con i nomi inglesi.

Erano gli ultimi anni che dirigeva la banda il maestro cav. Dialto Rabuffi: tanti oggi lo ricordano simpaticamente quando rimproverava qualcuno dicendo: “tante te tin capiss na sega”; io, invece, me lo ricordo come se fosse adesso, una frase che mi diceva quando mi faceva la scuola di musica : “Te andresti bene, di notte, sotto i filari a far la guardia con la tromba, quando viene la volpe a mangiare l’uva”. Era una bella figura di maestro all’antica.

Come insegnante ho avuto ancheil basso Bruno Moscatelli: era un valente musicista. Veniva spesso a fare la scuola con le mani ancora infarinate, perché di mestiere faceva il fornaio; due in battere e due in levare, batteva le mani così forte, le note che dovevo leggere, erano coperte di farina e i quattro quarti, delle volte diventavano tre ottavi.

Che pazienza ad insegnare ad un testone come me! Neanche il grande maestro che veniva da La Spezia, Alessandro Senatore, che di tutto ha fatto pur di convincermi a passare al corno, se non era per la mia perseveranza, oggi sarei a suonare vicino al nostro presidente Mauro Fugacci: che disgrazia sarebbe stata per il maestro Madoni!

Dopo trentaquattro anni di banda sono migliorato un po’ e qualche soddisfazione è arrivata: trombettiere al Quirinale in occasione del cambio della Guardia e il provino negli Studi Mediaset per andare alla Corrida, ma tanto hanno fatto, che per paura di perdermi per sempre, non mi hanno fatto chiamare.

Negli anni passati, come non ricordarsi della serietà dei musicanti Poli Nello e Sordi Aldo, entrambi sax, sempre presenti alle prove e ai servizi e seri in ogni occasione.
Tra me e mio padre, c’era il trombone Giovanni Bertocchi: a ragione brontolava spesso perché le prove incominciavano sempre in ritardo e ce l’aveva un po’, (alla buona s’intende), con in suo vicinante Lorenzo Cerdelli, anche lui trombone.

Gli ripeteva spesso: lascia lì Cerdelli di buttare su della legna che si scoppia dal caldo! Se quella povera stufetta di ghisa, che guarda caso era vicino a quelli che avevano sempre freddo, e per sfortuna anche a me, potesse parlare! Non c’era prova, d’inverno, che non avesse i coperchi rossi come il fuoco; quando nelle partiture c’erano delle battute d’aspetto, il musicante Cerdelli Lorenzo, invece di contarle, non aspettava altro per mettere su della legna e Giorgio Moscatelli (Gnoc) , giù imprecazioni: te abiti a due passi e non prendi freddo, ma io sto in Verdeno!

A proposito, si dice che negli antichi manoscritti del maestro Armando Chiodi, (un altro musicante in pensione), si riporti l’iscrizione del musicante Lorenzo Cerdelli nel libro degli indagati.

Quando c’erano dei pranzi o delle mangiate, dalla tavola sparivano, quasi sempre, ossa, e posate. Le malelingue dicevano: chissà quanti servizi si è fatto! La verità era che, i soliti ignoti, si divertivano di nascosto quando era impegnato a mangiare, a mettergli nelle tasche della divisa o un cucchiaio, o una forchetta, o un coltello, delle volte anche unte, e con dei stratagemmi, gli facevano sparire le sue ossa che custodiva di nascosto sotto la sedia.

Penso che la soddisfazione più grande sia stata, quando è stato chiamato sul palco, in occasione del concerto del due luglio di qualche anno fa per consegnare il diploma a suo nipote Andrea.

Ritornando ai vicinanti di mio padre, vi voglio ricordare un fatto curioso: quando facevamo dei viaggi, il primo ad arrivare alla corriera era il già citato Giovanni Bertocchi, dicevano che doveva tenere tre posti, perché doveva portarsi dietro l’Andrea Doria (nome attribuito, simpaticamente per la mole, alla sua signora).

Voi dovete sapere che un nostro musicante è stato il primo, si dice in Italia, a suonare il clarino con la sordina.

Gussoni Guido, ad un funerale a Codolo, s’è trovato a suonare il suo strumento con una sordina originale: un fico.

Chi mai sarà stato a mettergli il fico nel clarino? Se non era perché eravamo nei suoi posti, avrebbe smontato il clarino e dopo diverse imprecazioni se ne sarebbe ritornato a casa sua.

A proposito di fichi, arriviamo al basso Girolamo Sozzi: col suo dialetto quasi parmigiano, che non tradiva le sue origini, ripeteva con frequenza un ritornello indirizzato al presidente di turno: quando beviamo e cosa aspettano a darci da bere? Un antico proverbio dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma nel caso che sto per riportarvi questa regola non è stata rispettata. Mi ricordo ad un concerto, fuori provincia, diretto dal maestro Arnaldo Maloni (Provolino). I tasti dello strumento del bassista non rispondevano a perfezione, anche perché il tasso alcolico e il bocchino strofinato con il latte di un fico non hanno permesso al simpatico Girolamo da eseguire la parte come era scritta.

Alla fine, però ci siamo accorti che anche in quella occasione era stata una bella sfida con il maestro.

La banda ha avuto la fortuna di avere come musicanti due omonimi: Beppone e Beppino.
Il primo, Giuseppe Fugacci, è stato son certo, il più bravo bombardino che la banda ha avuto. Chiè che non si ricorda quando suonava il brano Divertimento per Bombardino: faceva di quelle note da farsi venire la pelle d’oca; lo ricordo sempre sorridente e festoso come del resto sono, per carattere, buona parte dei Fugacci che stanno a Pontremoli, a parte due eccezioni che sono in banda e che non so neanche se sono parenti)!

Quando mi era vicino mi diceva: ma cosa stai suonando, sta attento tarlalò e lì per lì si imbronciava un po’. Alla fine della suonata, era sufficiente che con la mano gli spostassi quel bel ciuffo di capelli che gli cascavano sulla fronte di quel bel viso da macellaio per fargli dire con rassegnazione: “povero me” e subito ritornava sorridente come prima.

Il secondo , Giuseppe Mari, prima tromba; guai a fargli trovare sul leggio una parte da seconda, c’era da farsi mangiare gli occhi! Il suo brano preferito era la Serenata di Shubert tratta da Angeli in Paradiso. Quando le note erano alte e particolarmente impegnative, diventava rosso come un pomodoro maturo. I complimenti che tutti gli facevano alla fine, credo delle volte, che per la contentezza, si sia fatto la pipì addosso. Mi ricordo ad una prova, prima che entrasse in sala, gli avevo scritto sulla lavagna che era davanti appena si entrava: auguri a Fasulin sposo della Fagioli con l’augurio che nascano tanti fasè. All’inizio è rimasto un po’ serio, dopo è andato al suo posto sorridente, con tanta voglia di iniziare a suonare. E’ stato uno dei pochi musicanti che ha voluto indossare da morto la divisa.

In questo amarcord, gli ho lasciati per ultimi, ma quasi sicuramente i primi per impegno e devozione alla Banda: Pietrino e Angelo Bertocchi, rispettivamente primo clarino e tamburello; per impegno e disponibilità sono stati il cuore e l’anima della banda. Pietrino sempre presente con un dinamismo sconcertante, buona parte delle iniziative partivano da lui: era un militare in tutti i sensi. Il figlio Bubi, dal suo canto, non era da meno; collaborava con suo padre ed era sempre disposto ad impegnarsi nei lavori più umili della banda. Una volta mi disse: Capo (era uno dei miei tanti soprannomi) nella vita ci sono due cose che mi piacciono più di tutte e tutte e due cominciano per F: una è la Fiorentina e l’altra è la f… ma non si può dire. Purtroppo il destino ce l’ha portato via troppo presto., ma il suo ricordo è sempre vivo in tutti noi.

Nella banda ci sono stati anche due collaboratori: Morselli e Moscatelli: quando erano stanchi di portare la cassa sbuffavano imprecando il giorno che avevano imparato la musica.
Come era vista la banda dei tempi passati?

Quando usciva per sfilare per le vie della città era una gioia per tutti, grandi e piccoli. Gli artigiani sia pure per un momento sospendevano il duro lavoro; le casalinghe lasciavano il tegame sul fornello, col rischio di far bruciare il sugo, pur di affacciarsi alle finestre e ai balconi per applaudire i musicanti; anche gli avventori che erano in bar e osterie appoggiavano il bicchiere o sospendevano il discorso, per vedere sfilare la banda, per lo più seguita da manifestazioni di gioia dei bambini.

Oggi, solo questi ultimi sono rimasti tali: salutano la banda con la loro spontaneità, non possono più seguirla come un tempo, perché oggi c’è il pericolo delle macchine , ma per gli altri c’è sicuramente più indifferenza: quando ci sentono arrivare , alcuni chiudono le finestre, perché se no non possono rispondere al telefonino, altri, in segno di scherno, e, fuori di certi locali, si tappono le orecchie: solo i più affezionati ci salutano incoraggiandoci a fermarci per ascoltare da vicino le nostre marce.
Alla fine del ricordo di quei musicanti che non ci sono più, o ancora vivi, ma vecchi, che hanno fatto la storia della banda ognuno con le proprie forze e dignità, mi viene da fare questa riflessione: una volta l’attacamento alla banda era più forte; per smettere o si moriva, o per lavoro, bisognava allontanarsi da Pontremoli. Ma se non c’erano altri motivi seri, i musicanti rimanevano al suo posto per arrivare a quei traguardi ancora anbiti oggi.

Per i nostri ragazzi è più difficile, perché hanno troppi impegni e diversivi ed è soprattutto per questi motivi ed anche per mancanza di lavoro che ne perdiamo una parte, ma per fortuna l’operato della scuola di musica ci permette di rimpiazzare quelli che vanno , con altri spesso altrettanto validi.

Chiedo scusa, se per caso mi fossi dimenticato di qualcuno, vi ringrazio per essere stati pazienti ad ascoltarmi in questo mio amarcord che spero, vi abbia portato indietro nel tempo e nei ricordi, e sia pure con un po’ di emozione vi abbia ricordato anche per un momento, la luce dei vostri cari musicanti, che vicino a noi, oggi non ci sono più, ma da lassù continueranno a guardarci e suonare altre melodie.

Santa Cecilia 2003 - Roberto Cerdelli

La Banda di Pontremoli

La Banda di Pontremoli

Ogni anno
aspettavo l'ultimo dell'anno!
Da ragazzo, come altri ragazzi,
ero molto modesto
così come in fondo lo era
la Banda del mio Paese
che al pomeriggio passava per la strada
ad augurare a tutti la felicità
con una marcia allegra
di Domenico Cortopassi.
E io la seguivo saltellando,
la rincorrevo.
In quella nostra infanzia
senza sogni potevamo sentirci
finalmente felici.
Ma, adesso, mi domando:
dov'è la tromba, dove il bombardino,
il sassofono, il flauto, il clarinetto
e il tamburo ossessivo di Battista
a marcare il tempo del tempo
che ha cancellato tutto?
Quella Banda di allora
è diventata una sfilata macabra
di uomini scalzi e di strumenti muti.
La Musica di oggi, invece,
è tutta un'altra musica,
perchè cresciuta, si è fatta adulta
diventando ambiziosa,
non ce la faccio più a starle dietro.
e allora, maestro, per favore,
questa sera
vieni sotto la mia finestra
e suonami qualcosa di Puccini.

a Mauro Fugacci
"Dal mio esilio" - Ferruccio Bardotti